Appena torni

Milla aveva la testa nel frigorifero. Stava cercando il ketchup da spruzzare sopra le patatine, ché Giacomo le mangiava solo così. Con il sangue finto sopra, mamma, sennò non le voglio. Era appena riuscita ad acciuffare il barattolo, fino a pochi secondi prima nascosto tra le mozzarelle e il budino al lampone, quando il telefono cominciò a squillare. La voce di zia Nora era sporca di pietà e, proprio con quella voce, le buttò nelle orecchie una storia di macchine, e incidenti, e coma, e risvegli senza gambe. Si, una parte di Giovanni non c’è più.

Steno la trovò al buio, buttata sul divano, con qualche patatina appollaiata sulla felpa, unta di olio e di chissà cos’altro. Non le chiese perché stesse in quel modo, le chiese solo di fare l’amore, di entrarle un po' dentro, ché non si ricordava più com’era stare dentro di lei. Milla allora allargò le gambe, promettendo a suo marito un’entrata comoda e sicura. Starai bene, vedrai, glielo sussurrò negli occhi, perché lui riuscisse proprio a vederlo il punto in cui poteva arrivare il suo dolore.

Si erano conosciuti in un piccolo locale, dove Steno suonava insieme al suo gruppo, Gli Equilibristi. Lui la vide ballare con le mani dietro alla nuca, sembrava una prigioniera. Eppure rideva. Rideva così forte che se le sentì sobbalzare sulla pelle, quelle labbra rosse e strapazzate da chissà quanti baci. E una voglia insana gli prese alla gola, spingendolo velocemente a pochi passi da tutto quello che potevano diventare. Era sudato, e non era nemmeno bello Steno, ma aveva l’audacia degli uomini valorosi che, come gli diceva sempre nonno Gino, è quello che conta, ché io con l’audacia, più di una volta, mi sono salvato la vita. Così prese le mani di Milla e se le avvicinò al petto. «Lo senti? Questo è il mio sangue che trema. Ed è tutto per te».

A lei non sembrava vero di essere improvvisamente indispensabile a qualcuno. E si convinse di aver trovato, su quel petto, il posto in cui poter restare. Ché era scappata troppo in fretta dalla sua terra, lì aveva lasciato l’origine e il motivo della sua dannata malinconia, e quello strappo l’aveva portata a credersi incapace di trovare, ovunque, un possibile riparo. Per questo volle, con una certa insistenza, che Steno diventasse padre. Per regalargli un vero motivo per stare insieme. Così nacque Giacomo, e fu la concentrazione di tutto l’amore che non aveva mai provato.

«Come hai potuto?»

«Cosa?»

«Andare via da me. Perché adesso è così, lo sai, adesso non puoi più tornare indietro».

«Io non ho mai voluto tornare indietro».

Poi, ad un certo punto, Giovanni aveva saputo della sua sopravvivenza e pensò, in qualche modo, di fargliela pagare. Così, da un paesino arroccato sui monti della Calabria, salì nella brillante Milano, e solo per tirare un pugno violentissimo sulla parete verde, della stanza di quel bambino che non era suo. Poi guardò Milla aspettandosi qualcosa. Un movimento qualsiasi, sulla sua pelle scomoda, che le ricordasse quanto sarebbe stata difficile la vita, senza di lui. E invece lei sorrise, con le sue solite labbra tese a migliorare gli occhi di chi si fermava a guardarle. Le avrebbe volute toccare, Giovanni, spremere, fino a far uscire fuori tutta quella verità che si ostinavano a custodire.

«Perché non lo ammetti, si, perché non dici che hai fatto un figlio solo per punirmi?»

Lei lo spinse, poi gli prese la testa, la prese tra le mani, ci poggiò sopra la sua fronte umida, impazzita. Sentì un bisogno, netto e asciutto, di riempirsi la bocca della sua, ma un lamento improvviso, quello del figlio che le aveva rimesso a posto il cuore, irruppe in quello strano garbuglio di anime e mancanze che era diventata la loro vita.

Giovanni scappò via. Scivolò nel letto di altre donne. Voleva un figlio, pure lui, voleva un motivo per andare avanti. Ma quelle erano solo ragazzine, convinte che per certi progetti ci fosse ancora tempo. Io invece non ne ho, ripeteva ai suoi pazienti, per prepararli a non cercarlo più, ché aveva in mente di fare un lungo viaggio. Forse in Burundi, o a Capo Verde. Non lo so. Essere medico, lo spingeva comunque a rischiare. Aiutare chi non aveva niente, gli poteva curare l’anima.

Un giorno, però, prima di andare via, prese la macchina, cominciò a correre così forte da sentire il motore scuotergli le vene. Adesso vado e me la riprendo, pensava. Adesso vado e mi porto dietro pure il bambino, ché anche se non è mio, io lo sento mio lo stesso, ché ha il sangue di Milla dentro, e allora ha pure il sangue mio. Accelerava per la fretta di raccontarle il suo sogno, ché lei in quel sogno doveva stare, e dentro di lui, e ancora più dentro, giù, in fondo a quel buco profondissimo che non sapeva più gestire. Così se la immagina mentre gli va incontro, e gli sistema la camicia, e gli annusa un po' il collo. E allora chiude gli occhi, per un attimo, perché con gli occhi chiusi è più facile credere a quello che non si può avere. Così non lo vede, non vede quel camion che tampona, disperatamente, che diventa l’ultimo ostacolo di una corsa che sembrava perfetta. Il suo corpo rimane intrappolato tra le lamiere. Qualcuno grida che non ce la farà, e lui sorride. Poi però delle mani sconosciute lo trascinano via. Un’altra corsa, stavolta in ospedale, stavolta non la sceglie lui, la direzione. La famiglia Zanardo comincia a pregare, anche se tutti sanno che non servirà a niente, ché anche per Tito ci avevano provato. Ma poi lui era morto, era morto lo stesso, ed era solo un bambino che voleva imparare a nuotare. Lo aveva chiesto a Giovanni, di accompagnarlo in piscina. Perché con lui si sentiva al sicuro, con lui non aveva paura di niente. Glielo aveva ripetuto tutto il giorno, da quando si erano svegliati. Dai fratellone, ti diverti pure tu. E alla fine, Giovanni aveva accettato. Sbuffando, ma alla fine gli aveva detto si. Solo che poi la sua ragazza, Camilla, che tutti chiamavano Milla, si era messa in mezzo. Era un periodo strano, quello, all’università le cose non andavano bene, non riusciva a dare gli esami, forse voleva cambiare facoltà. Giurisprudenza non mi piace, e nemmeno Filosofia. In realtà, non lo so cosa mi piace. Aiutami tu. Piangeva, con quell’infantile disperazione che la percuoteva tutta, e la faceva più fragile, e bella. Giovanni voleva resistere, ma poi lei gli prendeva la mano, se la portava a spasso un po' ovunque, sotto la maglietta, tra le gambe, e anche più su. Proprio lì insisteva, lì diventava donna, e sapeva come tenerselo dentro. Così Giovanni se lo dimentica, dimentica Tito e il suo bisogno di averlo accanto. Lui è arrabbiato, deluso, lo chiama sul cellulare, ma quel cretino non risponde. Così va da solo, no, nemmeno mamma e papà sono abbastanza, ché lui voleva suo fratello, lui voleva il suo eroe. Entra in piscina, deciso a fargliela pagare. Stavolta nuoterà, e quando Giovanni lo verrà a sapere, si mangerà le mani per non aver assistito a quel piccolo trionfo. E gli chiederà scusa, e gli chiederà di poter accompagnarlo ad ogni benedettissima lezione di nuoto. L’istruttore si fida del suo istinto, lui in tredici anni di lavoro non ha mai sbagliato, e sa che quel bambino, che Tito Zanardo, adesso è pronto. Così gli spiega per un’ultima volta come deve muovere le braccia, e poi si gira. È questione di attimi, di uno spruzzo in più tra i capelli, di un tuffo impreciso, di un paio di mamme che battono le mani, esagerate. Di respiro che manca. E di Tito, che già non c’è più. Ché la paura gli aveva bloccato il cuore, ma lui non aveva urlato, no. Era scivolato via in silenzio, perché tutti potessero raccontare a Giovanni quanto suo fratello fosse coraggioso.

Milla ci aveva provato a sradicargli da dentro ogni possibile colpa. Gli ripeteva che tanto lui non avrebbe potuto farci niente, che non era vero che lo avrebbe salvato. Anzi, magari ci moriva pure lui dentro quella maledetta piscina. Magari, ripeteva Giovanni. Magari. Era diventato pazzo. A volte, nemmeno la guardava. A volte, si dimenticava di lei. Camminava per strada, più curvo del solito, e lasciava in giro i pezzi della sua avvilente nostalgia. Dormiva nel letto di Tito, annusava i suoi vestiti. Era convinto di essere il padre di quella tragedia. L’ho generata io, urlava piangendo. E voleva che anche Milla lo pensasse, e voleva che anche lei, ad un certo punto, scivolasse via. Ché in fondo se lo meritava, in fondo, se non lo avesse tenuto stretto tra le sue gambe umide, costringendolo a godere, come se fosse la loro prima volta, lui quel pomeriggio sarebbe scappato da suo fratello, e gli avrebbe dimostrato cosa significa avere lo stesso sangue. È il dolore che ti fa parlare così, tu non mi convinci a lasciarti. Ma dopo un anno di silenzi, lotte di bocche, e carne, e saliva, e vento, tantissimo vento, ad impedire alle loro mani di trattenersi, di provarci ancora, Giovanni la mandò via, come l’unica cura possibile al declino che aveva preso la loro vita. Così Milla si fece grande da un’altra parte, dentro un’altra storia. Diventò infermiera, ché aiutare gli altri le faceva sentire meno forte il dolore. Diventò mamma, per sentirlo meglio il dolore. Si spinse in un altro corpo, quello di un uomo attento ad ogni suo respiro. Me ne prendo cura io, le diceva Steno, convinto che la sua devozione potesse bastare a riportarla a casa. Ma lei c’era a piccole dosi, mai tutta, mai completamente. Una parte di lei era rimasta aggrovigliata a Giovanni. E quell’incidente rischiava di portarla via, per sempre.

«Vuoi andare da lui?»

«Cosa?»

«Si, tu vuoi andare da lui. Lo so».

«Non è vero, io...»

«Tu scapperesti nella sua carne, adesso. Lui è il tuo morbo, e non sai come liberartene».

Milla aprì la finestra, cercava aria.

«Mi fai schifo, saresti persino disposta a perdere tuo figlio, per lui».

Milla si sollevò sulle punte, cominciò a graffiare la faccia del marito, e poi pugni, e morsi, e un’incontenibile voglia di eliminarlo trasformarono il suo esile corpo nel corpo di una perfetta guerriera. Steno la lasciò fare, ché almeno aveva preso l’iniziativa di toccarlo. Avvertì un brivido pericolosissimo, però, attraversare la sua pelosissima schiena. Così, per non cedere ancora una volta alla rovinosa voglia di possederla, si buttò ai suoi piedi, chiedendole semplicemente di restare.

«Tu mi hai uccisa qui, qui dentro». E si toccò il petto con l’indice ossuto, Milla, in attesa di una specie di perdono, che venisse da lontano, a frenare la colpa che sentiva, di voler prendere il posto di Giovanni, o morire insieme a lui. Steno si rialzò, anche lui era un soldato, anche lui era stanco della sua guerra, ché aveva combattuto troppo, e inutilmente, per tenersi stretto quel cuore sgangherato.

«Io vado a letto». Sapeva che lei non lo avrebbe seguito, ma si voltò lo stesso. Così la scoprì di nuovo arrotolata sul divano, come un panno da stirare, sul quale qualcuno si siede, distratto, di cui nessuno, quando è felice, si accorge.

Giacomo dormiva con la bocca aperta. Un po' di saliva aveva già bagnato il suo cuscino preferito, quello con gli ufo che, ne era sicuro, prima o poi avrebbe incontrato. Per il momento, gli bastava sognarli, gli ufo. E quando lo faceva, arricciava le labbra, e gli occhi, anche se chiusi, si allargavano di felicità. Milla si avvicinò per sentire meglio il suo respiro. Se lo tenne un po' nelle narici, ché gli piaceva il modo che aveva Giacomo, di catturare l’aria. Era tutto suo, ché lui non somigliava a nessuno, tantomeno a quella madre che lo stava abbandonando, per rincorrere un amore triste e disperato. Doveva essere proprio stupida, e fuori di testa, e persino pericolosa, se scegliere ancora Giovanni le sembrava l’unica possibilità che aveva, per tornare a vivere, a vivere davvero. E quel figlio? Quel figlio che le era cresciuto dentro come un’inaspettata benedizione, che le aveva ridato un posto nel mondo, lui, con tutto quel macello, cosa c’entrava?

«Niente, per questo lo lascio a te».

«Non è un premio che metti nel cassetto quando ricordare chi eri ti fa troppa paura. Lui un giorno ti condannerà per questo». Steno le prese la faccia umida tra le mani, voleva che lo guardasse, che si accorgesse di nuovo di lui. «Quel giorno non venire da me, a chiedermi di consolarti. Perché io non ci sarò». In realtà, sperava che lei gli chiedesse di aspettare, di mettersi comodo e assistere alla sua risalita. Ma Milla aveva altri piani, i suoi bisogni erano sempre stati altrove. Si accese una sigaretta, intossicò l’aria con la sua bocca sgualcita.

«Giacomo è migliore di noi, lui mi perdonerà. E poi non me ne vado per sempre. Poi torno. Io lo salvo, e poi torno».

La signora Zanardo, quando la vide, cominciò a tremare. Ma non aveva altra scelta, ché suo figlio, l’unico pezzo di sangue che le era rimasto, e nemmeno tutto, nemmeno intero, gridava sempre quel nome di bambola. Milla. Milla. Milla. Allora la abbracciò, giusto un poco, solo il tempo di sentire sulla pelle le sue ossa sporgenti. Le fece impressione la sua magrezza, quel fiore si era arreso, non aveva più niente della sua sfrontata allegria. Perché Giovanni fosse rimasto ancorato a lei, proprio non riusciva a capirlo. Eppure ne aveva conosciute di donne attraenti, persino una modella brasiliana si era accovacciata nel suo letto, intenzionata a non lasciarlo più. Ma lui niente, lui non era mai stanco di quell’amore. Io sono nato per lei, ripeteva con gli occhi sgranati, dal primo giorno che l’aveva vista, davanti a quel dannato mare che entrambi cercavano, come il loro rifugio migliore. Lo ripeteva anche dopo averla mandata via. Ma adesso lei era tornata, ché forse, in qualche modo, si doveva salvare. Mara si fermò sulla porta. Le sembrò di sentire la voce di Tito chiederle di perdonarli. Forse un giorno ci sarebbe riuscita, ma adesso no, pensava, non sono ancora pronta. Poi si voltò, ché quelli cominciarono a toccarsi come erano soliti fare. Avrebbe voluto guardarli, in realtà, imparare come si entra in un altro corpo, dimenticandosi del proprio sangue. Allora disse un paio di preghiere, ché il loro desiderio avrebbe di sicuro disturbato il Signore. E nel segno della croce, li sentì piangere. Erano bambini disperati. Avevano l’odore della morte addosso, eppure sembrava non importargli. Continuavano a stringersi in un modo che costrinse il suo petto ad un’inaspettata devozione.

«Lo sai cosa farei adesso?», chiese Giovanni.

«Cosa?»

«Correrei da te».

Milla se lo mise sulle spalle. Ogni tanto pure Giacomo andava ad aiutarli. Anche se non capiva cosa c’entrasse con tutto quell’amore, si sentiva importante ad acciuffare la metà di quell’uomo che, ogni volta che lo vedeva, come faceva lui quando sognava gli ufo, allargava gli occhi. Di felicità.