Il caso Ellen Crown

Harry era seduto alla scrivania, fumando l’ennesima Marlboro mentre osservava con sguardo insipido la pioggia, fuori dalla finestra del suo ufficio. Mezzogiorno sarebbe arrivato a breve, eppure pareva di trovarsi nel pieno di una notte buia e priva di stelle, tanto il sole era stato oscurato dalle nubi. Di fronte a lui, sul tavolo di legno ormai sbiadito e rovinato, ritagli di fogli di giornale, posaceneri colmi di cicche ed in generale un disordine da far impazzire qualunque massaia.

Se ne sarebbe dovuta occupare Penny, di quello e di altri compiti. Ricevere le telefonate, fissare gli appuntamenti, andare a pagare le bollette.

Ma quella ragazzina pare avere un’idea tutta sua di quello che dovrebbe fare un’assistente, pensò l’uomo mandando una lunga boccata di fumo, continuando a fissare quella schifosa mattina di novembre.

Eppure gli stava dannatamente simpatica. Non aveva neppure diciannove anni, era sboccata, irascibile e fin troppo fissata con le sue “passioni cinematografiche” (pareva aver visto qualsiasi film girato e distribuito dopo il 1940, e Dio solo sapeva dove ne avesse trovato il tempo), ma Harry la trovava dannatamente simpatica. Proprio per questo l’aveva assunta quando aveva deciso di aprire l’agenzia, giusto sei mesi prima. Non aveva nemmeno lui ben chiaro da dove partire con la pratica dei colloqui e delle assunzioni (in realtà era tutta la faccenda dell’agenzia a non essergli ben chiara), ma quando Penny si era presentata nel suo ufficio gli era parso lampante di non dover cercare altrove. Gli aveva detto che tutta quella faccenda sembrava uscita dal Mistero del falco, anche se lui era meno macho di Humphrey Bogart.

Harry aveva riso di gusto, sentendo che quello scricciolo impertinente era la persona adatta a lui. Per certe mansioni la simpatia è un fattore importante; la simpatia genera fiducia, e la fiducia permette di parlare di cose importanti.

Cose importanti, cose delicate…cose che non tutti possono sentire. Cose a cui non tutti possono credere.

Un deciso colpo all’uscio della porta socchiusa costrinse l’uomo a distogliere lo sguardo dalla pioggia. C’era proprio Penny sull’uscio dell’ufficio, con gli spessi occhiali neri e la treccia castana poggiata sulla spalla sinistra. Indossava una maglietta con Han Solo che giurava di sparare per primo.

«C’è una cliente per te, Harry. La faccio accomodare?» domandò la ragazza, con il solito tono leggero.

«Ti ho detto mille volte che quando siamo in ufficio mi devi chiamare Signor Miller,» la rimbeccò lui, assaporando un’ultima boccata di fumo, osservando la scrivania. Non aveva tempo di dare una parvenza d’ordine, ma almeno doveva nascondere i posaceneri stracolmi.

«E io ti ho detto mille volte che quella merda ti ucciderà. Come vedi non ci ascoltiamo a vicenda.»

Harry fece roteare gli occhi, mordendosi poi il labbro per sfuggire alla tentazione di una risposta appropriata. Sarà pure simpatica, ma se ne approfitta parecchio…piccola stronzetta.

«Falla passare» disse infine, spegnendo la sigaretta ed arrotolandosi le maniche della camicia. «E ricordati che sono io che firmo i tuoi assegni.»

La ragazza lo fissò con un misto di disappunto e divertimento, uscendo poi dalla stanza, facendo risuonare i propri passi nel corridoio a fianco.

Harry fece apparire da un cassetto un piccolo taccuino ed una penna smangiucchiata, pronto a prendere appunti su quello che lo aspettava. L’agenzia aveva un nuovo cliente.

 

****

 

Ellen Crown era una donna avvenente. Doveva aver toccato da poco i trenta; era alta, slanciata e aveva la pelle candida come la neve. Occhi color ambra e lunghi capelli scuri, che incorniciavano un viso bello e privo di imperfezioni.

Era elegante come una ballerina, un perfetto esempio di grazia femminile. Sicuramente il tipo di donna che un uomo si volterebbe a guardare, passeggiando per strada. Harry però non era interessato a quel tipo di dettagli (non che non ci avesse pensato almeno una volta o due da quando l’aveva vista entrare, dopotutto la carne restava carne). Quello che gli premeva, in quel frangente, erano le motivazioni.

«Come mi ha trovato, signorina Crown?» saltò di netto i preliminari, così come faceva sempre. Non amava gli inutili preamboli, toglievano tempo alle cose veramente importanti.

Lei tacque per qualche istante, dubbiosa. Era probabile che si stesse chiedendo se era davvero stata una buona idea rivolgersi a qualcuno che lavorava in una squallida bettola di periferia, dentro un ufficio lercio e disordinato e che si avvaleva di una ragazzina sboccata come assistente. Quando si trattava di questioni delicate certe domande sorgevano spontanee, e Harry sapeva che ognuno dei suoi clienti portava con sé questioni delicate.

«Il suo nome è sull’elenco del telefono, signor Miller. Ha anche un sito web, sebbene non sia fatto granché bene» rispose infine la donna, fissandolo con sguardo penetrante.

Le dita di Harry tamburellarono un istante sul tavolo di legno.

«Un amico?» chiese poi, resistendo alla tentazione di accendersi un’altra sigaretta.

«Un amico» confermò infine Ellen Crown, annuendo lievemente «Mi ha detto che lei può occuparsi di questioni particolari. Cose che nessun’altro potrebbe permettersi di garantire.»

«Io non garantisco niente, signorina» puntualizzò l’uomo, sottolineando accuratamente quelle parole. «Posso promettere un tentativo, posso promettere un impegno. Le garanzie non fanno parte del mio campo.»

Lei parve agitarsi un poco, nella sedia scomoda sulla quale era stata fatta accomodare. Dopotutto erano pur sempre in ballo questioni delicate, piccoli e grandi tesori nella vita di una persona.

«Mi dica di che cosa ha bisogno,» tagliò corto lui.

Il disappunto sembrò volersi impadronire del suo bel visino, ma infine l’ombra passò, e sul viso riapparve la stessa determinazione che l’aveva spinta fin lì, in quella giornata piovosa.

«Mio padre,» spiegò Ellen con tono incerto. «Sono venuta per mio padre…quel vecchio bastardo.»

Harry annuì, non fece altre domande e in silenzio attese quello che sarebbe venuto dopo. In certi casi bisognava essere in grado di ascoltare.

«Non parlo con lui da quasi dieci anni…e anche prima le cose di certo non andavano bene. Ha lasciato mia madre quando ero ancora una bambina, ma forse quella fu una benedizione. Non aveva capito cosa voglia dire essere un adulto…e un padre. Una frase che ho sentito da mia madre centinaia di volte.»

Si interruppe per un istante, forse per riprendere fiato, o per permettere al dolore di passare, prima di continuare a parlare.

«Praticamente è stato un fantasma, sia nella mia infanzia che nell’adolescenza. Poche telefonate, qualche Natale e qualche compleanno insieme, ma nient’altro. La cosa assurda è che riusciva a farti quasi sentire in colpa, come se quella fosse stata una decisione tua. Che pezzo di merda.»

Un’altra pausa, e questa volta Harry temette di vedere scorrere qualche lacrima. Succedeva a volte, quando certe scatole venivano tirate fuori dall’armadio del passato. Ci si poteva fare male; qualche livido o graffio per i più fortunati, un taglio profondo per tutti gli altri. Una volta, sulla stessa sedia dove adesso era seduta Ellen Crown, aveva visto un pugile (uno di quelli grossi, non un minimosca) scoppiare a piangere come una bambina di sei anni.

La donna però resistette, stoica quercia in mezzo a una bufera. La sua voce arrivò molto vicino allo spezzarsi, ma continuò a parlare, incurante del dolore.

«Non ho mai avuto un buon rapporto con lui. Come potrebbe essere altrimenti? Ma la cosa non mi ha mai interessato. Ognuno ha quello che si merita, e ammesso che a lui importasse qualcosa, di certo si merita tutto il mio odio. Adesso, però…»

Frugò nella borsetta che si portava appresso, estraendo una busta sgualcita.

«Non sono mai stata una fan della calma interiore, meditazione o cose del genere. Una volta ho letto che le persone che ci hanno fatto del male devono essere perdonate, non perché meritino il nostro perdono, ma perché noi meritiamo la pace. Ho sempre pensato che fosse una stronzata, e ancora adesso una parte di me ne è convinta. Ma credo di dover dire delle cose…delle cose che mi sono tenuta dentro per troppo tempo. Quindi ho scritto questa lettera.»

La poggiò sul tavolo, con una delicatezza che risvegliò ricordi ben celati nell’animo di Harry. Tempi passati, decisioni prese, rimpianti, errori.

«Ho messo qui dentro tutto quello che penso di lui, tutto il male che mi ha fatto. Tutto quello che avrei dovuto dirgli. Io vorrei che lei lo trovasse, signor Miller. Vorrei che lo trovasse e gli consegnasse questa lettera.»

L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo, mentre dall’esterno la pioggia continuava a battere le strade. Pareva destinata ad andare avanti in eterno. Fissò poi la lettera, e infine il bel viso di Ellen Crown.

«D’accordo. Ora mi dica quando è morto suo padre.»