L'occupazione

Erica si era svegliata presto. Era scivolata fuori dalle coperte, si era diretta in bagno a lavarsi la faccia e in cucina per il caffè. Lo aveva gustato per bene, quel tempo; in genere si trascinava a preparare la colazione per Enzo e Giada senza averne voglia. Loro potevano rimanere a dormire fino all’ultimo minuto, mentre lei, essendo la madre di famiglia, aveva dei doveri.

Rimase in cucina a lungo. Sorseggiò il caffè, sentendolo scendere piano. Anche se era ancora troppo caldo, lasciò che andasse giù per la gola e le scottasse lo stomaco. Poi si diresse verso la camera di Giada.

La stanza aveva come sempre la porta chiusa. Roba da adolescenti; a Erica dava fastidio che quella ragazza si alienasse da loro, i suoi genitori, ma sopportava con malcelato rancore. Probabilmente, se qualcuno le avesse detto che avere in casa una sedicenne sarebbe stato così spiacevole, avrebbe evitato di cedere a Enzo, quella sera di tanti anni prima. Si era trattato di un attimo, neanche troppo interessante, ed ecco qua: una figlia.

Appoggiò la mano sul pomello, spinse, e ai suoi occhi si presentò una scena che proprio non si aspettava. Di cose strane, nella vita, Erica ne aveva viste tante, ma mai come quella lì: Giada era sul pavimento, anzi, era nel pavimento.

«Che fai?» chiese, ma sua figlia non rispondeva. «Devi andare a scuola» disse ancora.

Giada era a pancia in giù, con addosso il pigiama. Una guancia era del tutto scomparsa, ingurgitata dalle mattonelle. Lei era immobile. Respirava, però: c’era un movimento nelle sue spalle, un salire e scendere lieve. Non le si vedeva bene la faccia, ma pareva sorridesse.

«Si può sapere cosa stai combinando?»

Erica si avvicinò, perplessa; non poteva credere che sua figlia fosse talmente pigra da lasciarsi affondare in quel modo.

«Farai tardi» le fece notare. «Devi vestirti.»

Niente: quella giaceva ferma, sdraiata, con un paio di centimetri del corpo immersi nel pavimento.

Erica tentò di afferrare il pigiama, tirò, ma Giada era attaccata proprio bene. Quando si metteva in testa qualcosa, non c’era modo di convincerla. La guardò, incrociò le braccia al petto e sbuffò.

«D’accordo» concluse. «Rimani lì, allora.» E tornò in cucina.

Sapeva come funzionava: era uno dei suoi capricci. Si sarebbe pentita di aver saltato le lezioni, oh sì. Accese la fiamma e osservò la moka mentre il caffè dentro tornava caldo. Intanto, Enzo fece il suo ingresso mugugnando e grattandosi la testa.

«Che succede?» le domandò.

«Secondo te? Tua figlia. Oggi ha deciso di non alzarsi e di fare tardi a scuola. Vedi se riesci a farla ragionare.»

Enzo non era di buonumore, quella mattina. Lo aspettava una giornata piena in ufficio. «Oh» rispose alla moglie, e continuò a grattarsi. «Sono un po’ di fretta, però. Non so se…»

«Finirà per disturbare l’inquilino di sotto» squittì Erica, senza lasciarlo finire.

Enzo non capiva, ma decise di non indagare. «C’è del caffè?» domandò invece. Stava per sedersi al tavolo, ma poi colse lo sguardo di sua moglie. «Va bene, va bene, ora le parlo.»

«Bravo» rispose lei, e tornò a occuparsi della sua seconda tazzina. Si voltò a guardarlo andar via; era sempre lento, a causa delle ernie che si era procurato rimanendo seduto per ore. Erica detestava il suo andamento, lo trovava simile a quello di una lumaca, le dava sui nervi; ma quel giorno c’erano già stati abbastanza guai, perciò preferì non commentare e non mettergli fretta. Avrebbe solo dovuto aspettare, poi la casa sarebbe rimasta vuota e silenziosa.

Enzo tornò alla porta della cucina, stavolta di corsa. «Ma cosa le è capitato?» chiese.

«Te l’ho detto, è uno dei soliti trucchi.»

«Trucchi? Non si muove!»

«Ma sì che si muove. Se la guardi bene vedrai che respira.»

Enzo la squadrò e per un momento Erica si sentì in colpa: forse era davvero successo qualcosa di brutto, forse lo stava sottovalutando. Suo marito, del resto, non si era mai mostrato così sconvolto ancor prima di colazione. Lui però non disse altro e tornò nella stanza della figlia.

Erica rimase lì, a fissare la tazzina.

«Giada?» sentì dire. «Giada, sei sveglia? Puoi parlare?»

Nessuna risposta. Ecco, quella benedetta ragazza era già riuscita a portare il padre dalla sua parte. Tutti silenziosi, in quella casa; solo lei doveva fare la parte della pazza.

«Non lo vedi che esagera?» urlò Erica dalla cucina, poi attese. Silenzio. Allora si alzò, scocciata, e li raggiunse. «Deve durare molto, questo teatro?»

Sua figlia era ancora nella stessa posizione. Enzo si era inginocchiato accanto, e la toccava.

«Che stai facendo?» gli chiese.

«Provo a capire.» Con il solito fare scientifico, stava tentando di infilare le dita tra il corpo della figlia e il pavimento. Non ci riusciva. «Deve avere un senso» mormorava intanto. «Giada? Giada, mi senti?»

«Ma quale senso» disse Erica. Si appoggiò allo stipite della porta. «Lasciala lì, secondo me tra un’oretta si sarà calmata.»

Enzo la guardò ancora, con quell’aria così stupida e così delusa. «È bloccata! Non vedi?»

Com’era facile, per loro. Certo, non ci voleva niente a buttarsi sul pavimento e decidere di rimanere bloccati per sempre. Che bella cosa, la comodità. Che bello non avere responsabilità nella vita.

«Fai come ti pare» gli disse, aspra, e tornò in cucina.

Enzo rimase in camera. L’orologio andò avanti mentre Erica lavava le tazzine, preparava la lavatrice per il ciclo dei colorati, riempiva la vaschetta al canarino. Stava pensando di innaffiare le piante sul balcone, poi vide che erano già le otto e dieci. Le otto e dieci? La giornata stava crollando: non sarebbe rimasta da sola, quei due erano in ritardo per i loro doveri.

Tornò nella cameretta con passi pesanti.

Enzo era ancora in ginocchio, fermo, con la sua schiena storta. Non diceva niente. Erica avanzò e aprì la bocca, poi si bloccò perché le sembrò che Giada fosse meno visibile di prima. Era come se fosse affondata di più. L’unico occhio rimasto fissava sua madre; per un istante parve muoversi, ma forse era stata un’impressione.

«Allora?» disse Erica in falsetto. Le era venuta la pelle d’oca.

Enzo però non rispose e non si mosse. Lei fece un passo verso quei due pezzi di se stessa che iniziava a sentire distanti.

«Allora?» ripeté. Lui non fece niente. Gli agitò la spalla, la agitò ancora. «Mi volete fare paura, tutti e due?»

«Non c’è modo» disse Enzo.

«Che dici?»

«Non c’è modo.»

Giada affondò ancora un pochino, con un suono granuloso e appena percettibile. Erica spostò gli occhi dalla figlia al marito e si accorse che anche lui era bloccato nelle mattonelle, appena appena, giusto qualche millimetro.

«Eh no, eh. No.» Gli scosse la spalla di nuovo, con foga. «Che c’è, anche tu? Che succede?»

«È inutile» fece lui a voce bassa. E affondò ancora.

«Ma è questo l’esempio che le dai? Andiamo! Piantatela e venite a fare colazione!»

Erica tentò anche di tirare su la figlia, prima dal pigiama, poi dai capelli, senza ritegno. Non si preoccupava più di sembrare gentile. Giada però non si muoveva e non diceva niente, si lasciava far male senza fiatare. Non le si vedeva più nemmeno l’occhio, c’era solo un pezzo della testa, la schiena e il sedere che sporgeva. Enzo andò giù fino alla vita.

«Ma insomma!» strillò Erica, e iniziò a piangere. Avrebbe voluto trovare delle parole che potessero convincerli, però iniziava a non crederci più. Era evidente che si erano arresi, che intendevano lasciarla. «Ma insomma, non avete fame, stamattina?» tentò.

Giada scomparve del tutto; rimase in superficie solo qualche capello, soltanto le punte marrone scuro che si confondevano con il disegno del pavimento. Enzo guardò sua moglie e provò tanta pena, le allungò una mano per perdonarla, ma subito dopo scivolò anche lui in fretta. Ci fu uno sguardo pieno di sentimenti, che sapeva di addii. Poi si sentì come un tonfo, ed entrambi erano andati.

Erica si accasciò, sperando che quello strano sortilegio prendesse anche lei, e continuò a piagnucolare. Singhiozzava e attendeva, ma le sue gambe non perdevano sostanza. Era troppo solida, occupava troppo spazio. Allora pianse tra le mani, nella cameretta che ormai non serviva, sul pavimento, da sola.