Neve

Molto tempo è passato da tutta quella faccenda. Acqua sotto i ponti, tramonti, primavere, persino un paio di eclissi; al punto che tentare adesso di darvi un senso mi riesce quasi difficile. E, si badi, non perché abbia perso memoria dei fatti: quelli resteranno indelebili nella mente fino ad altra, più consolante destinazione. L’incognita è, invece, ciò che dovette indurmi a tanto.

Dopo anni di accadimenti e altrettante rievocazioni, sono giunto alla conclusione che la mia fuga fosse una reazione alla malinconia. Scappando, speravo di prendere le distanze da quello stato d’animo torpido, un pantano che minacciava di sommergermi, se non avessi proceduto a gran velocità, senza guardarmi indietro. Così facendo -ero certo- avrei guadagnato terreno rispetto alla prostrazione; avrei avuto una nuova possibilità d’esistere.

Non solo. Adesso che vivo per lo più tranquillo, appagato da questa mia esistenza e con un po’ più di carne addosso, nutro il ragionevole sospetto che a smuovermi fu il bisogno di ricordare. Come se il ricordo in sé riportasse in vita. Desse colore. Bastasse.

Di fatto, rammentavo un’immagine. Il viso di una donna dall’aria assorta, che scoloriva su carta fotografica sotto i segni di sfere e polpastrelli. Un piglio magnetico, capace di parlarmi subito al punto da chiedermi perché io solo ne fossi tanto attratto. All’inizio. Ma in men che non si dica ogni ragione carambolava dietro un vento di chimere, ed io mi ficcavo in una storia oscura con un entusiasmo insolito. Così che, da intruso, diventavo vendicatore necessario. Cercatore d’oro. Amante in incognito.

Ma tant’è. Intuivo che prima o dopo avrei dovuto rendere conto di quel folle inseguimento; per questo, segretamente, mi ero scoperto più d’una volta a preparare delle risposte. Avevo studiato un lungo ed articolato discorso da cui trapelava che la tensione verso quella donna fosse dovuta al fascino delle sue ragioni. Anche se sapevo di dover essere persuasivo: nessuno avrebbe pensato che per delle parole -per quanto pregnanti- si sarebbe riusciti a cacciarsi in guai così spassionati.

Di fronte ad una simile obiezione, avrei tirato in ballo le nostre serate, quando con voce graffiante lei mi annunciava le sue impressioni. O le tante altre in cui, su piccolo schermo, invitata da studiosi blasonati, si trovava a commentare la prosa di un qualche aspirante artista.

Eppure era restia a lasciarsi sfuggire qualsiasi critica, si vedeva. Sentiva -o almeno così mi sembrava- di mancare di rispetto a chi, dopo una gestazione amorevole ed un travaglio faticoso, aveva avuto la forza di partorire un’idea. Allora, per riparare al torto del giudizio, con garbo ed infinita premura, finiva per prendere la creatura neonata sotto la sua ala: la tastava, la rovistava, la rivoltava, ne metteva in luce le potenzialità. La ripuliva dagli orpelli e la portava a maturazione, finendo con l’affinare l’antico intento e col trasformarla in opera singolare, seducente.

A conti fatti, di fronte a domande insistenti, avrei anche raccontato della notte prima che tutto iniziasse, quando rilessi quello che lei dipingeva come l’ultimo atto della vita di ciascuno. Il mondo è teatro di due esistenze parallele, mi spiegava, dei viventi e delle anime. A ridosso della morte, le anime si levano dai corpi ed attraversano luoghi diritti e silenziosi, incuranti delle intersezioni coi percorsi dei viventi. È precisamente durante quel loro transito che la pace diventa assoluta, le fronde aspettano e, percependo la portata sovrannaturale del silenzio, si zittiscono i cani. Ed è solo dopo quell’ultima passeggiata che la dimensione dei vivi si sonorizza daccapo: i cani riprendono a latrare, le foglie a sussultare e a cadere. E chiunque per caso si imbatta in quel cammino inarrestabile d’anime avverte uno scalpiccio, un rumore di vesti fruscianti, e viene colto da un ingorgo nasale che esita in protratta epistassi indolore.

Sarebbe tutto. Anche obbligato, non direi, per esempio, che quell’ultima sera avevo smesso di concentrarmi sulla narrazione ed avevo pensato a lei: mi pareva quasi di ascoltarla, sorseggiando un Meursault corposo e lisciandole la mano sul ginocchio, incurante del tempo che andava. Né ammetterei che anch’io avrei percepito quella donna con adeguata intensità, se mai fossi entrato nel suo raggio d’azione. Rintocchi e sangue, sangue e rintocchi. Giusto pegno per aver ostacolato la sua anima. La sua anima forte. Ma anche questo, dopotutto, non l’avrei detto.