Solo promesse

 Perché in quella strada e a quell’ora, no. Perché quella direzione, neanche. Perché quei due uomini, niente di niente. Un caldo insopportabile, questo sì. L’auto odorava di sigarette consumate e plastica rovente. Il volume della radio era così basso che la voce si distingueva appena. Il biondo, sul sedile del passeggero, teneva una sigaretta con la punta delle dita vicino alle labbra. Spenta, nuova. Il guidatore, più scuro, premette il pulsante dell’accendisigari, senza togliere gli occhi dalla strada. I due non parlavano la stessa lingua.

Avevano lasciato l’aeroporto da tre ore. Due ore e mezza per attraversare la città, da ovest a est. Dopo il ponte che univa la parte europea a quella asiatica l’ingorgo si era sciolto e i due si erano rilassati. Villaggi e piccole città. Lenti trattori sul bordo della strada. Bambini e cani randagi. Il biondo si guardò intorno alla ricerca di qualcosa da bere. L’auto era stata ripulita per bene e trovò solo la carta di una caramella nel portaoggetti sotto il cruscotto. La prese, l’accartocciò e se la mise in tasca. Sulla punta delle dita gli rimase il profumo di arancia. Il pulsante dell’accendisigari scattò.

I due si erano incontrati sul marciapiede di fronte agli arrivi. Il caos di taxi, minibus, carrelli pieni di bagagli e una squadra di calcio di ragazzini non avevano impedito loro di riconoscersi. Non si erano salutati, non si erano guardati negli occhi. Quello più scuro aveva preso la valigia, l’aveva infilata nel bagagliaio e si erano seduti in macchina.

«Ok?»

«Ok,» fu tutta la conversazione che scambiarono.

Un agente della stradale che insultava il traffico davanti all’aeroporto sbraitò di levarsi di mezzo.

 

Paesi affacciati alla strada. Le persone assiepate alle fermate degli autobus, quelle che arrancavano sulle rampe dei passaggi pedonali, guidatori di motociclette, la polizia stradale, camion di ghiaia fermi lungo il ciglio, draghe, ruspe e schiacciasassi sulla corsia in costruzione. Cartelli stradali di città che non aveva mai sentito nominare. Gli operai coricati nel prato, all’ombra del ponte pedonale, risposero al suo sguardo. Attendevano i taxi collettivi o i minibus per tornare a casa, in qualche villaggio ancora più remoto.

Il guidatore schiacciò di nuovo il pulsante dell’accendisigari.

Frenata. Un tonfo. L’auto scodò, le ruote posteriori finirono sulla banchina sabbiosa alzando una nuvola di polvere. Il biondo venne scaraventato in avanti. La fortuna di avere le cinture di sicurezza. La sigaretta finì sul pavimento. Il motore imballato si spense. Fermi. Lo scuro spalancò la portiera con un calcio. Sbuffò e si guardò alle spalle. La strada era deserta. Estrasse la pistola dalla cintura dei pantaloni e fissò una casa diroccata sulla collina dall’altra parte della carreggiata. Niente. Nessuno. Il biondo abbassò il finestrino. Sull’asfalto c’erano schegge di plastica e qualche goccia di sangue. Più avanti, sulla banchina, trotterellava un grosso cane randagio. Si allontanava indifferente come se i due uomini non lo stessero osservando, come se l’auto non lo avesse colpito. Il cane si fermò, forse per contenere il dolore. Si accorse dello scuro solo un attimo prima dello sparo. Il cadavere del cane rotolò giù dalla banchina tra i cespugli secchi. Lo scuro fissò un’ultima volta il paesaggio deserto prima di infilare la pistola nella cintura dei pantaloni.

Seduto di nuovo al suo posto trovò una stazione radio che trasmetteva musica e per un po’ seguì il ritmo del darbuka tamburellando con le dita sul volante, lo sguardo in avanti, sulla strada. Ripartirono senza scambiare nemmeno una parola. Per fortuna, l’aria condizionata funzionava.

Incrociarono altri villaggi, piccole sale da tè diroccate piene di uomini che guardavano la televisione o giocavano a tavla. Il biondo cercava segni di vita alle finestre delle case. Chissà com’era vivere in quelle case, cosa faceva quella gente nelle stanze spoglie, lontano da tutto. Avrebbe scambiato la sua vita con una di quelle, per curiosità.

«Last month,» disse all’improvviso lo scuro, «my friend give me his car. Very gentle. He give me his car because he go in the abroad. Germany, America I don’t know.»

La sigaretta spenta gli ballava tra le labbra mentre pronunciava le parole. Abbassò il finestrino di due dita. Tenendo la sigaretta fuori dal finestrino soffiava la boccata nella stessa direzione.

«When my friend come back ask me to take him from the airport. Eleven in the night. Ok, no?»

«Yes,» rispose il passeggero.

I centri commerciali di Sultanbeyli avevano acceso le luci. Sfilavano a fianco, uno dopo l’altro gli enormi edifici nuovi e colorati, dalle forme a volte bizzarre, fantasie di proprietari ingenui ed enormemente ricchi. Le grandi vetrate e le insegne imponenti gettavano riflessi di colore sull’asfalto. Grossi ristoranti esponevano gigantografie di piatti dozzinali. Solo promesse. Cominciava a cadere qualche goccia di pioggia.

«That night I drink two beer. Before I go. Two beer. S-mall.»

Il guidatore pronunciava la parola small insistendo sulla esse: s-mall. Teneva gli occhi fissi sulla strada, ormai quasi del tutto deserta. La campagna riarsa, la polvere, le basse colline incrostate di rocce affioranti stavano perdendo colore. Un asino solitario tra la paglia e i cespugli secchi alzò la testa al loro passaggio. Viaggiarono in silenzio per un’altra ora prima che la storia riaffiorasse dal nulla.

«I drink but s-mall. The same evening I met a friend. A Cyprus friend from the school. He say drink! And we have two shot of Tequila. But s-mall. I know is s-mall. No problem.»

Con l’indice e il pollice continuava a misurare un paio di centimetri accompagnati da una smorfia complice. S-mall.

«Than I say I have to go to the airport for my friend. In the road police stop. You know. They say: you drink? Yes.»

Il guidatore alzò spalle. Mostrò i palmi delle mani come davanti al poliziotto.

«But I was no problem, I can do the thing for the alchool.»

Lo scuro mise la mano a tubo e ci soffiò dentro. «The thing for the alchool.»

I due si guardarono e annuirono a lungo.

«No problem.»

«No problem.»

Accostarono in un Petrol Ofisi. Lo scuro consegnò le chiavi dell’auto al ragazzo della stazione di servizio e disse: «Full,» poi se ne andò nel minimarket. Il biondo restò in auto. Indossò gli occhiali da sole per proteggersi dalla luce che tramontava. La pioggia era cessata. Si tolse le scarpe e si slacciò il colletto della camicia. Sollievo. Avrebbe fatto quel mestiere per altri quattro anni, cinque al massimo. Facendo attenzione ai soldi avrebbe potuto andarsene. Una casetta a Fuerteventura e un negozio di pizza al taglio per i turisti. D’inverno niente.

Prese dalla tasca interna della giacca un taccuino e trovò la pagina dei nomi. Abbassò il finestrino e il ragazzo della stazione di servizio si avvicinò.

«What is your name?» gli domandò.

«My name is Osman.»

Il biondo ci pensò un po’ su e decise di non aggiungerlo alla lista. Chiuse il finestrino. Fino a quel momento aveva raccolto sedici nomi possibili da usare nella seconda parte della sua vita. Osman non ne avrebbe fatto parte dell’elenco. Lo scuro tornò in macchina. Aveva comprato due bottiglie di acqua fredda, del cioccolato con i pistacchi, biscotti simili agli Oreo, una busta di semi di zucca, due pacchetti di gomme da masticare.

«Want?»

Il biondo scartò i biscotti e cominciò a sgranocchiarli mentre si rimettevano sulla strada. Sgranocchiarono, bevvero tutte e due le bottiglie di acqua e fumarono.

«The police say: if you do fifty-one I take your license.»

Mise di nuovo la mano a tubo e ci soffiò dentro. The thing for the alchool.

«I was sure maximum forty-nine.»

Un’altra piccola città, ponti pedonali, qualche macchina in più tra le corsie. Un semaforo. Un bambino si avvicinò al finestrino per vendere bottigliette di acqua fredda. Si vedeva il ghiaccio in trasparenza, dentro la bottiglia.

«Want?» chiese lo scuro.

«Yes, please,» rispose il biondo.

Si sorrisero. Viaggiarono per un’altra mezz’ora lungo la costa del Mare di Marmara. Apparvero le gru del porto di Körfez e il cementificio. Difficile dire quanto mancasse. Difficile dire dove erano diretti. E perché. Perché in quella strada e quell’ora, no. Perché quella direzione, neanche. Perché quei due uomini, niente di niente.

«What happen with the police.»

«Fifty-seven. I made fifty-seven.» Il guidatore lo disse con il sorriso di uno che aveva appena vinto una mano a carte.

«Your license?»

«They take it.»

«You are without license.»

«Don’t worry. I made this road ten time. No one police stop me.»

L’auto scorreva veloce sulla superstrada deserta. Sui bordi le stazioni di servizio, i ristoranti, le piccole botteghe avevano cominciato a scomparire dietro le luci brillanti delle insegne.