Come i cinghiali

A piedi nudi, come i cinghiali nel bosco. Sopra ho la maglietta che uso per dormire, l’ho usata tutta l’estate e non l’ho mai cambiata e non mi sono ancora fatto un bagno da quando sono finite le lezioni. Come nel bosco. Casa tua è questa, lo so, ci venivamo quando stavamo ancora insieme. La casa dei tuoi genitori che usano una volta all’anno quando vengono via da Milano, la loro casa nel bosco vicino al mare.

Stasera sei con lui?

Me lo immagino: senza capelli, uno spilungone con il petto grande. Che cosa fa, basket? O solo palestra? Scavalco le radici di qualche ulivo, mi pungo i piedi con sassi, o sono ricci, o sono lumache schiacciate. Mi balla l’uccello, su e giù, mentre salto. Sono sotto la tua finestra, la riconosco. Questo muro bianco della tua casa per l’estate, questo muro spigoloso che a luglio brucia, ci appoggiavo la schiena e le guance e i palmi delle mani dopo che trombavamo e io passavo così i pomeriggi delle vacanze: a stare contro un muro a prendere il sole dopo aver trombato con te.

Se giro l’angolo di questa casa così vecchia che chissà chi ci ha vissuto prima della tua famiglia c’è la finestra della camera matrimoniale dei tuoi genitori. È spenta. Non ci sono. Ci sei solo tu in casa con lui. So che c’è lui, me l’ha detto Beatrice che con lei ci parli ancora. Torno a girare l’angolo dritto di questa vecchia casa, nel buio della notte, e sento l’odore lontano del mare, sento il vento che fischia tra gli alberi di questa curva di strada sperduta nel bosco, questa curva di strada dove una notte ubriaco ho rischiato di morirci. Sotto la tua finestra.

La tua luce è accesa, e poi sento le voci. Mi prude l’uccello perché sto sudando tra le gambe e sotto le ascelle, qui la notte è calda come tutto il resto vicino a questa casa. Mi appoggio contro il muro, le mani nude, sento ancora il calore.

La tua voce, così roca, alta, fastidiosa. Parli con lui. Cosa gli dici, da una stanza all’altra? Di non lasciare dentifricio nel lavandino come facevo io? Lo sputavo in un grumo troppo denso e lo lasciavo a seccare nel lavandino senza sciacquarlo. Ma non è colpa mia, non mi è mai piaciuto lavarmi, se siamo nati senza spazzolino in mano ci sarà un motivo, io penso che l’uomo possa sopravvivere in natura. Anche nudo. Come me adesso. Mi guardo l’uccello, sotto la maglietta che uso per dormire. Anche i capelli, sai quant’è che non me li lavo? Ma credo ci sia un punto oltre il quale il nostro corpo risponda e inizi a pulirsi da solo, ti giuro, lo sto vedendo. Non mi sembra che puzzo. Questo? È l’odore della cacca degli animali.

Mi siedo sui talloni, faccio spuntare gli occhi appena il giusto per guardarti attraverso la tua finestra. La luce ancora accesa. Ma in camera non c’è nessuno. Sarai andata di là, a sgridare lui per il casino che ha combinato in bagno. Non si vergogna? Fa schifo. Quando torni?

Dico, qui da me, magari a casa mia, quando ci torni? Te la ricordi, casa mia? È poco distante da questa tua casa delle vacanze, sopra la collinetta, il porticato, i gatti randagi. Mi sono stufato, tanto non ci tornerai più. A trombare sotto il porticato con i gatti che ci guardano. E ora mi prude troppo l’uccello e sto sudando troppo, e la notte nel bosco si sta facendo fredda e rischio di prendermi qualcosa. Me ne vado. Mi alzo da sotto la tua finestra, scalzo, come i cinghiali nel bosco e tutti gli altri animali, che, se ci pensi, sono scalzi. Me ne vado ma eccoti, con la camicia da notte che ti eri portata anche quella notte che abbiamo dormito a Firenze. Sotto la camicia non hai niente, come me, tu dormi senza mutande. Sorridi, che vi sarete mai detti? Siediti sul letto, sì. Ecco, ecco che arriva anche lui, proprio come me lo immaginavo, senza capelli e largo come una mensola, sembra una grande melanzana. Ti piacciono così? Lui è in boxer, a quadretti, sorride. Dice qualcosa. Dietro il vetro della tua finestra sento solo un ronzio, non capisco le parole, e poi le rane stanno iniziando a fare rumore qua sotto nel bosco, e questi altri rumori, li senti? Che fastidio che mi danno, non riesco a sentire cosa vi dite. Vi sdraiate sul letto.

E si vede.

Si vede che non c’è il momento giusto per creare l’atmosfera, stai ancora pensando allo schifo di quello che aveva lui tra i denti, e lui pensa a quando mai potrà tornare a casa sua dai suoi genitori e dormire tutto il giorno. Ma io mi alzo ancora un poco sui talloni, sporgendomi oltre il davanzale ancora caldo della tua finestra, e lo vedo che tu fai quella cosa che fai sempre quando vuoi trombare ma non sai come dire. E cioè gli dai un pizzicotto sulla pancia, così, per ridere, ma intanto l’hai toccato, e quel brivido di dolore che parte lungo la schiena e arriva dietro all’orecchio… un maschio non può farci molto. Il contatto, il dolore, la femmina che ride e mostra i denti. Lo sa anche lui che non hai le mutande, che basta che ti sollevi quella cazzo di vestaglia e ti metta due dita calde sulla patata calda e sentirebbe tutto il caldo che hai trattenuto lungo la giornata. Lo vedo il suo uccello, dietro i suoi boxer, che inizia a gonfiarsi e preme come una talpa che vuole uscire da sotto la terra. E tu che fai finta di niente, ma l’hai visto, sai che ha funzionato come sempre. Quel pizzicotto. Ora ti giri per spostare il lenzuolo del letto e magari andarci sotto per dormire tutta la notte fino al mattino, ma toh! Guarda un po’, mentre ti giri la tua camicia da notte rimane ferma in una strana piega e ti scopre il culo e lui lo vede. E io lo vedo, di profilo sbirciando oltre il tuo vetro. Vedo il tuo culo giallo e secco e… mi manca? Lui ci appoggia il naso, sul tuo culo, ci infila la testa e tu guardi dritta il tuo cuscino e socchiudi gli occhi, apri la bocca poco poco, ti vedo i denti.

Spegni la luce veloce e io rimango al buio, a guardare il mio stesso riflesso che la luna proietta sul vetro. Mi potresti vedere anche tu. Sparisco sotto il davanzale, mi sdraio sulla terra fredda, poi calda, poi fredda, come l’acqua del mare. Sento qualcosa che preme sulla mia pancia, mi accorgo che è il mio uccello che è diventato duro e mi punta addosso come un coltello. Avessi un coltello. Spaccherei la finestra e lo stenderei sul letto, a nuotare nel suo sangue, e poi tu, col tuo culo giallo, io… il tuo culo giallo e io…

Ma no, chi me lo fa fare. L’estate sta andando bene. Io sono qui mezzo nudo nel bosco e non faccio altro che appoggiare l’orecchio a queste mura di pietra, così calde e così solide che si sente tutto quello che succede dentro. Sento anche i tuoi versi, sento lui che grufola, che rantola, sento i muggiti che fa la tua bocca quando ti stringi le labbra tra i denti. Me lo ricordo, quel corpo giallo come un bastone di ulivo riportato in spiaggia dal mare. Lo rivedrò, questo corpo, ci starò sopra di nuovo. Anche adesso, lo ricordo tanto bene che mi sembra di averlo qui, davanti a me, appoggiato con la schiena contro questo muro bianco di casa tua. Mi alzo anche io, mi appoggio al tuo corpo, voglio aderire bene, con tutta la pancia, distendo le gambe.

I miei piedi nudi urtano qualcosa, un ramoscello curvo che stava proprio dietro di me. Fa un rumore che scoppia nella notte, l’unico rumore di tutti. Appoggio ancora l’orecchio al muro, ti sento ora perché parli a voce più alta, sei spaventata. “Cos’è stato?” chiedi a lui. Ma cosa vuoi che ne sappia, lui. Perché vedi, quando di notte senti quei rumori improvvisi, che nascono dal nulla, che fanno scricchiolare i mobili, e frusciare le foglie, e spezzare i rametti; quei rumori che sembrano così tanto passi, mani che cercano qualcosa nel buio, quei rumori che non ti sai spiegare, e ti consoli dicendoti “È il bosco”. No, non è il bosco. Quei rumori sono io.