L'occasione

Strinsi il nodo alla cravatta, sistemai il colletto della camicia e deglutii. Era stato Carl a convincermi ad andare; secondo lui avrei dovuto dare una svolta alla mia vita, impegnarmi in qualcosa. Insomma, era la mia occasione.

Il centro per l'impiego era un luogo opprimente; la sala d'attesa bianca e gelida, il ronzio del condizionatore insopportabile. Iniziai a sudare freddo appena entrato ed ebbi la sensazione che la camicia stesse tentando di strozzarmi. Non sono mai stato in grado di reggere ansia e pressione.

Era una situazione complessa, stavo per fare un passo importante; la mia vita, forse, sarebbe cambiata.

Presi il numerino dalla macchinetta e mi sedetti su di una sedia isolata, lontano da tutti. Iniziai la lisciare la mia bella cravatta, piano, piano, poi sempre più veloce, velocissimo. Una signora di mezza età prese a guardarmi. Che cosa voleva da me? Non le piaceva la mia cravatta? Impossibile, era troppo bella per non piacere: verde con su disegnata una renna dal naso rosso e, cosa migliore di tutte, si illuminava. La più bella cravatta che si potesse desiderare, la più elegante che avevo.

La donna continuava a fissarmi, così decisi di ricambiare con un'occhiata torva; lei distolse lo sguardo. Quando sarebbe arrivato il mio turno? Ero lì seduto già da due ore o forse più; non riuscivo a leggere quel dannato orologio appeso al muro, non ero capace, maledette lancette.

Mi si avvicinò un uomo.

«Buongiorno», disse.

«Ciao.»

Quel maleducato non replicò altro; anzi, si allontanò, andandosi a sedere dalla parte opposta della sala e squadrandomi perplesso. In fondo, però, potevo capire sia lui, sia la signora; chi non sarebbe stato sotto pressione in una situazione simile? Era normale.

L'altoparlante chiamò il numero cinquantasette; guardai il mio tesserino: cinquantotto. Ormai ero un fascio di nervi, sfregavo le mani sulle ginocchia, battevo i piedi, chiudevo e aprivo le palpebre compulsivamente. Come biasimarmi? Era il momento più importante della mia vita da che potessi ricordare; inoltre, con il carattere che mi ritrovavo, non era possibile rimanere lucidi e freddi in un momento simile.

Ero sempre stato timido e riservato, non mi piaceva stare in luoghi affollati, né tanto meno avrei voluto ritrovarmi in una situazione come quella; Carl però aveva insistito. Il buon Carl si era preso cura di me, mi aveva sempre dato buoni consigli ed era giusto che lo ascoltassi anche in quel frangente.

«Vedrai, ti sentirai vivo!» aveva detto.

Chiusi gli occhi e non li riaprii finché la solita voce metallica, che ormai avevo imparato a conoscere, squillò: numero cinquantotto!

Ero l'ultimo rimasto nella sala, non c'erano più nemmeno la donna e il signore maleducato.

Mi alzai e mi diedi un'ultima sistemata a giacca e cravatta. Premetti il piccolo interruttore e il naso della renna iniziò a lampeggiare con la sua simpatica lucina rossa. Senza accorgermene ero già entrato nella fatidica stanza. Tre uomini e una donna erano seduti dietro a un tavolo ricoperto da pile di scartoffie. Mi invitarono a sedermi su una sedia davanti a loro, non prima di avermi lanciato un'altra fastidiosa occhiata accusatoria.

«Buongiorno», disse l'uomo al centro, sospirando. «Lei è il signor...»

Ecco l'occasione che aspettavo da tanto tempo; Carl mi aveva ben consigliato.

«Carl», dissi, estraendo la pistola dalla tasca interna della giacca. «Sono il signor Carl.»

Esplosi un colpo e il cranio del mio interlocutore scoppiò in un tripudio di sangue. Gli altri urlarono, catapultandosi oltre il tavolo, verso la porta d'ingresso, ma io fui più veloce: la chiusi a chiave e spensi la luce.

Sparai all'impazzata, li uccisi uno dopo l'altro. Carl era un uomo saggio, aveva indovinato dicendo che mi sarei sentito più vivo che mai. Mi ero impegnato in qualcosa, per la prima volta in vita mia. Non mi sembrava vero.

Presi a ridere fino alle lacrime. Piangevo di gioia, avvolto dal buio, mentre il naso della renna illuminava a intermittenza il locale, con la sua simpatica lucina rossa.